Pensieri

La polemica sui dialetti

Alcune settimane fa ho pubblicato qui una nota sulla questione dei dialetti risollevata da esponenti della Lega Nord, giudicando negativamente (come tanti altri osservatori) la pretesa di un albo regionale riservato ai docenti che abbiano superato una preselezione tendente a verificare “il livello di conoscenza dela storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione”.

La lingua della regione, ossia il dialetto. Di fronte alle reazioni fortemente critiche sia da destra che da sinistra, l’idea è caduta. Pochi giorni dopo però Umberto Bossi è tornato sull’argomento chiedendo addirittura che il dialetto sia insegnato a scuola.

Mi ha scritto un professore di Torre Annunziata, Ludovico G., che vive e insegna a Brescia.

“Voglio far notare, scrive, che se le cattedre del nord sono spesso occupate da docenti che vengono dalle regioni meridionali , è perché nel settentrione la vocazione all’insegnamento sembra piuttosto scarsa. E mi sembra fuori luogo e profondamente offensiva l’insinuazione che gl’insegnanti del sud vincono i concorsi imbrogliando in qualche modo. Io ho ottenuto la cattedra attraverso un regolare concorso e sfido chiunque intenda metterlo in dubbio.

Di certo c’è che noi docenti di qualunque provenienza geografica siamo pagati male. Lo stipendio attuale non consente al professore di vivere con dignità ed è quindi umano, logico che chi è meridionale tenda a tornarsene a casa. E’ vero o non è vero che la vita nel sud costa il 17% in meno, come hanno annunciato i giornali pochi giorni fa? E dunque che cosa si pretende? Sì, lo so, dovremmo – per far contento l’on. Bossi -conoscere i dialetti del nord , ma sarebbe ora invece che imparassimo, tutti, a conoscere meglio l’italiano!

Aggiungo solo una cosa: se tutti i professori del sud che lavorano al nord tornassero di punto in bianco dalle loro parti, le scuole del nord entrerebbero in crisi”.

Alcuni messaggi, che mi sono arrivati da varie parti d’Italia, danno più rilievo alla condizione degli insegnanti meridionali nelle regioni del nord che al dialetto come bene culturale da conservare. Ma in buona misura rafforzano le tesi del prof. Ludovico G.

Daniela:“Nell’Istituto comprensivo frequentato dai miei figli ci sono diversi insegnanti di ruolo e sostituti provenienti da altre regioni (spesso del sud). Sono insegnanti donne, sposate con figli, che fanno molta fatica a rimanere lontano da casa per così tanto tempo,sicchè dopo aver preso possesso della cattedra attivano delle strade per riavvicinarsi senza perdere punteggio nella graduatoria.
Per loro il problema è risolto ma non per quei bimbi e quelle famiglie che rimangono senza insegnante perchè ad es. chi ottiene il ruolo può chiedere delle sostituzioni annuali per 3 anni vicino a casa senza perdere diritti ma la classe non potrà avere un’altra insegnante di ruolo per quei 3 anni, ecc.
Da mamma e cittadina dico che è giusto affrontare il problema affinchè i diritti di tutti possano essere salvaguardati, il resto è solo polvere e demagogia!”

Dice Samanta: “Io non ho nulla contro il dialetto.
Sono una futura professoressa in Lingua e letteratura italiana e, nel corso dei miei studi, ho sostenuto vari esami di Dialettologia, interessanti e curiosi.
Nonostante ciò trovo la proposta della Lega sciocca e inutile.
Compito della scuola non è solo quello di insegnare la storia, la geografia o qualsiasi altra materia; la scuola insegna a vivere e a relazionarsi con gli altri nel migliore dei modi.
Nella vita quotidiana, purtroppo, sento ragazzi su ragazzi parlare in dialetto e non perchè stanno riscoprendo le loro radici ma perchè solo quello conoscono.
 Almeno a scuola costringiamoli a parlare in italiano!”

E’ spaventosa, scrive Corinna,l’ignoranza che c’è oggi in giro, basta vedere internet: su non pochi blog la grammatica italiana ormai è un optional. Dunque, riscopriamo l’italiano, quello vero!” D’accordo.

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set  09
1
alle 09:45
da Antonio Lubrano


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