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La depressione che avanza
Chissà se qualcuno se lo ricorda:”Mi manda Picone”, uno dei più bei film di Elvio Porta, 1983. Nella scena iniziale un operaio si da fuoco davanti al municipio di Napoli. Mi è tornata in mente con la sua carica dirompente, quando ho letto alla fine di gennaio di quell’operaio di 35 anni che a Brembate (Bergamo) si è dato fuoco cospargendosi di benzina in una strada periferica. Dapprima in cassa integrazione, poi nel novembre scorso licenziato, l’uomo per le gravissime ustioni è morto in ospedale.
Ed è inevitabile collegare l’episodio a un suicidio registrato dalla cronaca sette mesi fa: Luca Disarò, 32 anni, sposato, di Castel San Pietro, collaudatore presso la Chloride di Bologna, scelse la trave più alta dell’appartamento in cui viveva per impiccarsi. Nella lettera d’addio ai familiari manifestò la sua paura di un licenziamento imminente scrivendo: “la vita mi sta scappando” .
Un tragedia a Brembate, una tragedia in Emilia-Romagna e in Piemonte, dove nel giugno 09 s’era ucciso un altro lavoratore dopo un licenziamento reale. Segnali estremi di un disagio, dirà qualcuno. Antenne preoccupanti, secondo me, della depressione che sta investendo il Paese, quel Paese che pure cerca di difendere con i denti il lavoro, salendo sui tetti, invadendo qualche aeroporto, bloccando una linea ferrata o un tronco autostradale.
Il quadro generale, del resto, è tutt’altro che incoraggiante:più di due milioni di disoccupati(con tanti saluti ai distinguo del ministro Sacconi), trecentomila posti di lavoro persi e in più l’Italia a uno degli ultimi posti nella classifica europea dei salari: la nostra media è di 14.700 euro annui contro il livello continentale che è di 25mila. Le tasse e gli oneri previdenziali pesano per il 46,5% sulla paga. Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna, sostiene che non bisogna sottovalutare gli “effetti sociali della crisi” . Da un sondaggio europeo risulta che il 49% degl’italiani teme di perdere da un momento all’altro il posto di lavoro. E’ questo domani che si sfalda davanti agli occhi a provocare la depressione.
In un libro del card. Angelo Comastri, Ti chiamerai Pietro (edizioni San Paolo), ho letto un’esortazione che si addice al momento che attraversiamo: occorre “seminare la speranza nel disperato vuoto della società moderna”. Ma chi la semina da noi, gli ottimisti di maniera?
Un elastico per la crisi, vedi Montecitorio
Fra i non pochi tentativi che si fanno in Europa e nel mondo per fronteggiare la crisi economica, c’è da prendere in massima considerazione quello relativo all’elasticità dell’orario di lavoro: allungarlo o ridurlo il più possibile? In Francia la tesi prevalente sembra essere quella del Presidente Sarkozy: lavorare anche la domenica, ovvero sette giorni su sette. In Germania si profila invece la settimana cortissima: quattro giorni su sette. Da noi torna lo slogan “lavorare meno lavorare tutti”. Ma quelli che hanno risolto già a tempo di record il dilemma sono i deputati. Cominciano a lavorare a Montecitorio il martedì dalle ore 14. Anche negli studi televisivi, sia detto per inciso, le prove degli spettacoli iniziano di solito alle 14 ma vanno avanti fino alle 24, ossia per dieci ore di seguito. Gli onorevoli alle 17 si prendono un’ora di pausa. Il mercoledì lavorano sia la mattina che il pomeriggio, con tre interruzioni, per il caffè o per asciugarsi il sudore della fronte: 11-12, poi 13,30-15(pausa pranzo) e infine 18-19. Il giovedì deveono essere presenti in aula la mattina, con un break dalle 11,30 alle 12,30. Il venerdì tornano tutti al loro collegio.
Dunque tre giorni effettivi di lavoro, settimana super-corta. Vi ricordate le polemiche sulle 35 ore settimanali invece delle 40 tradizionali? L’elastico di Montecitorio ha spazzato via l’inutile questione. Bastano 15-16 ore, non di più.
da Antonio Lubrano
Ultimo commento:
di berardi erminia il 01/1/70







